The Blair Witch Project (1999), la recensione del film: non è una storia vera, decidi tu se ne vale la pena

Per il ciclo Notte Horror 2020 affronto il primo mockumentary dell'era moderna: Il Mistero della Strega di Blair, film furbescamente imperfetto che vent'anni fa ha dato un significato alla parola “hype” e fatto da apripista a un intero genere.

Eh già, questa è un’estate atipica in un anno a dir poco anomalo. Non starò qui ad ammorbarti con tutto quello che è successo dall’ultima volta che ci siamo incrociati, no, però ti farò notare che, per la prima volta in cinque anni, in questi lidi non c’è stato nemmeno il rituale postone sui film horror in uscita in estate. Perché? Beh, perché, di fatto, non ci sono uscite cinematografiche da qui a boh. #stacce.

A maggior ragione, proprio quest’anno non potevo esimermi dal partecipare all’iniziativa Notte Horror on the Blog, giunta alla sua settima edizione. Se sei già passato di qui, sai già come funziona. Se non lo sai, eccallà: ogni martedì sera tra il 7 luglio e il primo settembre, a due differenti orari (21 e 23), due blog hanno trattato o tratteranno un cult del genere secondo il calendario che – come sempre – trovi in coda a questo post.

Qui e adesso ci cimentiamo con The Blair Witch Project – Il Mistero della Strega di Blair, found footage del 1999 che la Loop liceale cicciona aveva a suo tempo aspettato e rispettato e che – ce la butto subito – non si è conservato proprio benissimo.

The Blair Witch Project, la recensione del mockumentary del 1999

The Blair Witch Project – Il Mistero della Strega di Blair è un film horror del 1999 diretto dagli esordienti Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez interamente girato con la tecnica del falso documentario.

The Blair Witch Project, la trama del film

I titoli di testa ci avvisano che nel 1994 tre filmmakers sono scomparsi nei boschi di Burkittsville (Maryland) nell’intento di realizzare un documentario scolastico sulla strega di Blair. Un anno dopo, il loro girato – che ci accingiamo a vedere – è stato ritrovato.

Conosciamo così, nell’ordine, Heather (Heather Donahue), Josh (Joshua Leonard) e Mike (Michael C. Williams). Li vediamo far la spesa per il viaggio, giungere a Blair (adesso Burkittsville) e intervistare gli abitanti del luogo, che fanno riferimento a vecchie leggende e un brutto fatto di cronaca del 1940.

In quell’anno infatti ben otto bambini scomparvero dalla piccola cittadina. Rustin Parr, un vecchio eremita con qualche venerdì di meno, un giorno si recò di proposito al mercato per avvisare i concittadini che aveva finito. Nessuno capì a cosa si riferisse fino a che la polizia non andò a controllare la sua cascina nei boschi e vi trovò i cadaveri di ben sette bambini.

Portava nello scantinato i bambini a due a due. Ne metteva uno faccia a muro in un angolo e intanto uccideva quell’altro. Poi, dopo, prendeva quello nell’angolo e uccideva anche lui”.

Vediamo poi Heather, Josh e Mike incamminarsi nei boschi, seguendo un percorso che dovrebbe condurli nel cuore della leggenda di Blair. Durante il tragitto, i tre si imbattono in manufatti di rami e cumuli di pietre, alcuni dei quali comparsi misteriosamente durante la notte fuori la loro tenda. Spaventati da questi e da inquietanti risatine lanciate nel buio, i tre studenti decidono di abbandonare il progetto e far ritorno a casa, ma…

The Blair Witch Project nel 1999

Nel 1999 l’internette esisteva, ma non era alla portata di tutti: niente Facebook, figuriamoci YouTube. Usavamo il termine “virale” per lo più in riferimento all’epatite e non sapevamo nemmeno cosa significasse “hype”.

I volantini (falsissimi) che in mezza America  denunciavano la scomparsa dei tre attori protagonisti.

L’uscita in sala di The Blair Witch Project fu anticipata da una campagna mediatica di difficile paragone, la prima virale cui abbia assistito, il primo vero hype della mia vita:

  • venne messo su un intero sito internet sui tre studenti, la loro scomparsa e le loro ricerche, con tanto di interviste ad amici, parenti e opinionisti;
  • mezza America venne tappezzata di volantini che denunciavano la sparizione dei tre ragazzi. Gli stessi volantini furono affissi anche a Cannes durante il festival;
  • venne pubblicato un libro, un dossier con tanto di documenti e immagini sulle indagini svolte sul caso: testimonianze, articoli di giornale, verbali di polizia;
  • uscì anche un fumetto, che personalmente dovrei ancora avere nascosto in qualche anfratto in cui spero Marie Kondo non sia ancora passata (lei sì che è una strega);
  • last but not least, vennero realizzati non uno, ma due documentari, Curse of The Witch (trasmesso persino da noi, su Italia 1 mi pare) e Sticks and Stones, entrambi diretti dagli stessi registi Myrick e Sanchez.

È davvero difficile dare un’idea di ciò che era a chi non l’ha vissuto: un prodotto di finzione che diventa reale, una realtà completamente influenzata dalla finzione.

La madre di Heather – la vera madre di Heather – ricevette numerosissimi messaggi di vicinanza e condoglianze da parte di fan che credevano la figlia scomparsa o morta per davvero. In tantissimi affollarono le foreste del Maryland alla ricerca di indizi, al punto tale da rendere impossibile la stagione della caccia. Griggs House (la casupola che vediamo nel finale del film) venne addirittura demolita, anche a causa delle continue visite da parte di cacciatori di fantasmi, amanti del brivido e collezionisti di souvenir.

Griggs House, dimora storica situata a Granite (Maryland), usata come ambientazione nel finale di The Blair Witch Project.
Griggs House: la casucchia sgarrupata del XIX secolo utilizzata come ambientazione nel finale del film, successivamente demolita.

Otto giorni per girarlo, otto mesi per montarlo e nel buio smucciacchiarlo

Tutte boiate. Lo dice chiaramente Caparezza nella sua Kevin Spacey: “Blair Witch Project non è una storia vera”. Myrick e Sanchez si inventarono di sana pianta la leggenda della strega e quella degli omicidi di Parr, creando documenti e documentari a supporto del loro film che si dice sia costato quattro cocuzze, ma che in pubblicità ne avrà spese qualche cassa.

Non so quindi quanto ci sia di vero in quello che sul film stesso ci è stato raccontato. Si dice infatti che originariamente i protagonisti avrebbero dovuto essere 3 uomini, ma che il provino della Donahue fu così convincente che i registi non riuscirono a fare a meno di lei. Si dice che la stessa Heather Donahue avesse il dubbio di star per girare uno snuff movie. Si dice che i tre attori, durante gli otto giorni di riprese, venissero lasciati volutamente da soli e all’oscuro della sceneggiatura, di modo che le loro reazioni fossero quanto più reali possibile. Si dice che l’iconica scena delle scuse di Heather fosse un errore: l’attrice credeva di essere ripresa a pieno viso e non si era accorta di aver impostato lo zoom.

Il primo vero found footage / mockumentary moderno

Aspetta, aspetta…

Found footage o mockumentary?

Eh, bella domanda. In realtà i due generi si sovrappongono così spesso da rendere davvero complessa la (a volte inutile) distinzione. Proviamo a ragionarci su:

  • il mockumentary (dall’inglese “mock”-, “fare il verso”, e [doc]-“umentary”) sarebbe un finto reportage, con tanto di interviste ( ce l’ho), magari frontali, e altri elementi tipici quali una fotografia curata e le riprese statiche;
  • il found footage è l’artificio narrativo del “video ritrovato” (letteralmente, sempre dall’inglese), è caratterizzato spesso da riprese (finto)amatoriali e può essere utilizzato per l’intera pellicola ( ce l’ho) o solo per una porzione di essa.

Tutto più chiaro adesso, ve’?

No, nemmeno per me. Per intenderci, The Blair Witch Project è in tutto e per tutto un falso documentario; è un mockumentary, non ci piove. Eppure viene presentato come un filmato ritrovato un anno dopo la scomparsa dei suoi protagonisti. E beh, allora è un found footage.

Mmm. Facciamo che è un mockumentary che utilizza l’espediente del found footage, ti va?

Sì, ma poi Rec? Cloverfield? E District 9?

Non ne veniamo a capo.

Però – aspetta, aspetta – ecco il punto cui volevo arrivare: le fortunate saghe di Paranormal Activity e Rec, pellicole come Lake Mungo e District 9, serie tv a la Dead Set o The River probabilmente non avrebbero visto la luce se quei due pazzerelli di Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez non avessero fatto il botto con questo carrozzone fatto di camera a mano, fotografia grezza e un estremo livello di improvvisazione.

Il mockumentary per come lo conosciamo oggi – quello che sì, ha un po’ stancato, ma che può ancora riservare molte sorprese – deve tanto, tantissimo a Il Mistero della Strega di Blair, che a sua volta, però…

Il debito verso Cannibal Holocaust

The Blair Witch Project non può essere considerato il padre del mock… del found… dell’horror finto-documentaristico con l’espediente del filmato ritrovato, perché molto deve ad un film del 1980 di un tale (incazzosissimo) Ruggero Deodato: Cannibal Holocaust.

Non sono una grande fan di questa pellicola, eppure bisogna riconoscerle di essere stata la prima a sfruttare, in un intreccio horror, le storiacce del video ritrovato e del finto documentario.

Nel film di Deodato, infatti, quattro reporter incaricati di girare un reportage sugli indigeni dell’Amazzonia scompaiono lasciandosi alle spalle il materiale da loro girato. Un’intera porzione del film è occupata dalla proiezione questo materiale, che noi spettatori visioniamo assieme ai dirigenti della rete televisiva che ha commissionato il tutto.

The Blair Witch Project ne ha ripreso la tecnica ed ha imparato dai suoi errori. Cannibal Holocaust aveva infatti a sua volta sfruttato il giochino del “potrebbe essere tutto vero”, rimanendone però impantanato. Alla prima del film seguì una lunga vicenda giudiziaria nella quale il regista dovette addirittura dimostrare in tribunale il fatto che gli attori protagonisti fossero ancora vivi. Il “giochino”, però, nel film di Deodato non faceva poi così ridere, dato che violenza e uccisioni sugli animali erano incontestatamente reali.

The Blair Witch Project, la scena finale del film.
Nessuno può mettere Baby in un angolo.

The Blair Witch Project nel 2020

Ho rivisto Il Mistero della Strega di Blair pochi giorni fa, dopo 20 anni e come ti dicevo in apertura non l’ho trovato invecchiato benissimo. Anche all’epoca sembrava così (infinitamente) lungo? E la scena della tenda non era dieci volte più incisiva e spaventosa?

Chi è invecchiato male, io o lui?

Beh, io nel frattempo ho fatto il pieno. Ho visto decine e decine di mockumentary, amandone tanti, forse troppi. Ed è così che l’originale, il primo, non mi ha dato la stessa emozione, lo stesso brivido che provava la Loop liceale (cicciona). È normale, fisiologico; è giusto che sia così.

Eppure c’è un altro aspetto, un aspetto che la Loop liceale non aveva colto nel 2000, troppo presa ad ammirare la tecnica, apprezzare la paura del non visto e ridere della parodia della Cortellesi. Nel rivedere il film oggi, adesso, ho provato quel senso di smarrimento e condanna che provano Heather e Mike nel capire che non c’è uscita, soluzione, via di scampo. Nel capire che non hanno futuro. È amaro, ma forse questa è una sensazione che puoi comprendere e provare a quasiant’anni e non al liceo.

Eh.


Dalla settima edizione della Notte Horror è più o meno tutto. Tu che mi dici? Hai vissuto, come me, in contemporanea il fenomeno The Blair Witch Project? Che differenza c’è a tuo parere tra il mockumentary e il found footage? Se ti va, fammelo sapere nei commenti e ricorda che puoi votare questo film commentando o semplicemente inserendo da 1 a 5 stellette alla voce “voto dei lettori” nella review qui sotto. In alternativa puoi dare uno sguardo alle precedenti edizioni di questa iniziativa (trovi i link nel box color cocuzza) o scorrere più giù a vedere quali blogger hanno partecipato a questa edizione.


Il Mistero della Strega di Blair, la recensione del film
The Blair Witch Project, il film: il poster ufficiale

Titolo originale: The Blair Witch Project

Descrizione: The Blair Witch Project, la recensione del falso documentario che, tra hype e marketing, ha fatto da apripista a un intero genere.

Data d'uscita: 2000-02-18

Regia di: Daniel Myrick, Eduardo Sanchez

Cast: Heather Donahue, Joshua Leonard, Michael C. Williams

Genere: horror, mockumentary, found footage

Durata: 1H 45M

Paese: Stati Uniti

  • sceneggiatura
  • originalità
  • regia
  • fotografia
  • recitazione
  • cuore
3.7

in sintesi

The Blair Witch Project (1999) è un film furbescamente imperfetto. Realizzato con pochissimi mezzi, ma supportato da una campagna pubblicitaria martellante e oggi inarrivabile, ha avuto il pregio e la fortuna di essere stato il primo a portare nel mercato mainstream l’espediente del found footage (video ritrovato) e la tecnica del mockumentary (falso documentario).

Dalla sua uscita, tanti horror si sono succeduti sfruttandone la scia e agli artifici: alcuni sono diventati delle saghe di successo (Paranormal Activity, Rec ♥), altri non hanno avuto l’attenzione meritata (Lake Mungo, District 9), altri vorrei non fossero mai stati ideati, girati e distribuiti (ESP, L’Ultimo Esorcismo).

L’intuizione e l’astuzia di Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez hanno fatto da apripista a un intero genere e anche (e soprattutto) per questo non possiamo mancare di rispetto alla Strega di Blair, sebbene non sia invecchiata benissimo.

D’altronde… nemmeno io.

Pro

  • una campagna pubblicitaria rivoluzionaria per l’epoca;
  • tecnica ed espedienti che hanno fatto da apripista per un intero genere;
  • un finale che gioca sulla sospensione e sul non visto, di quelli che piacciono a me.

Contro

  • a rivederlo oggi, dopo vent’anni e decine di pellicole sul tema, si percepisce un minutaggio un po’ troppo annacquato.
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3 (2 recensioni)

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3 commenti

  1. Pietro Sabatelli 12/08/2020
  2. Marco Contin 13/08/2020
  3. Obsidian M 21/08/2020

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