Deliria, la recensione del film: lo slasher che è tutta scena

Altro che "teatro di un omicidio", qui gli omicidi sono tanti! Per il ciclo Notte Horror 2019 affronto il film a cui ho da poco "rubato" il nome, Deliria (1987), slasher movie italiano e opera prima di Michele Soavi.

Per il ciclo Notte Horror on the Blog, giunto oramai alla sua sesta edizione, ho pensato di lasciar da parte, per una volta, Stephen King e dedicare un post al film a cui – quasi involontariamente – qualche mese fa ho scippato il nome. Qui e adesso, quindi, affrontiamo Deliria, film slasher del 1987 per la regia di Michele Soavi.

Soavi ed il produttore, Joe D’Amato, mi perdoneranno se ho preso ingenuamente in prestito il nome della loro creatura, tanto gliene restano almeno altri tre: Aquarius, Bloody Bird e Stage Fright.

In coda al post, come sempre, trovi l’elenco e i link degli altri interessantissimi blog che hanno partecipato o parteciperanno alla Notte Horror 2019, ma il mio grazie più sentito va alla mente dietro The Obsidian Mirror, per la pazienza, il coraggio e la dedizione che mette ogni anno nell’organizzare questo piccolo grande evento della rete. Grazie Obs. E grazie a te, che sei qui a leggere queste righe invece di andare al mare… o a votare.

Deliria è un film horror del 1987, opera prima di Michele Soavi, prodotto dalla Filmirage di Joe D’Amato. Il film è conosciuto anche con i titoli Aquarius, Bloody Bird e Stagefright.

Deliria, la trama del film

Una compagnia teatrale sta provando il musical “The Night Owl”, uno spettacolo a tinte horror in cui un assassino con un costume da gufo trucida povere ragazze poco vestite. Alicia, la protagonista, si fa male alla caviglia. Di nascosto la sarta di scena, Betty, riesce a far visitare Alicia nella clinica più vicina (una clinica psichiatrica).

Quella sera, in quei momenti, il pericoloso maniaco omicida Irving Wallace fugge dalla struttura.

Le due fanno ritorno a teatro, ma solo Alicia (Barbara Cupisti) vi entra: Betty viene uccisa nel parcheggio con una picconata in bocca dallo stesso Wallace, che si era nascosto nell’auto. Viene allertata la polizia, che giunge sul luogo proprio quando il regista Peter, invece di sospendere le prove, decide di sfruttare la pubblicità data dall’accaduto ed anticipare la prima, imponendo agli attori di rimanere a provare per tutta la notte.

All’esterno del teatro viene disposta la sorveglianza di un’auto di pattuglia con due agenti (il più giovane è interpretato dallo stesso Soavi); ma servirà a poco, dato che Peter ordinerà a Corinna di chiudere l’ormai unico accesso e nascondere la chiave a tutti gli altri. Indovina un po’ chi sarà la prima a morire male, quando si scoprirà che il killer è con loro all’interno del teatro insonorizzato?

Deliria, il film: Barbara Cupisti è Alice, la final girl

Uno slasher movie italiano

Tecnicamente Deliria rientra a pieno nel sottogenere slasher, anche se arriva in sala fuori tempo: troppo tardi per essere in voga, non abbastanza tardi per essere vintage. Il periodo d’oro del genere, infatti, si colloca tra il 1974 – con l’uscita di Non Aprite Quella Porta di Tobe Hooper – e il 1982, quando i (troppi) film prodotti iniziano a essere relegati all’home-video. In questa scarna decade sono nati i principessini dello slasher movie: Leatherface, Michael di Halloween, Jason di Venerdì 13 e il mio preferito, Freddy di Nightmare.

Lo slasher ha le sue regole ferree – come Matthew Lillard in Scream (che sì, è uno slasher) – e Deliria le rispetta quasi tutte, ovvero:

  • deve esserci un maniaco omicida – ce l’ho
  • preferibilmente mascherato – ce l’ho
  • che agisce in un ambiente delimitato – ce l’ho
  • e un arco temporale ristretto – ce l’ho
  • dando la caccia a degli adolescenti – mi manca
  • e dilaniandoli con armi da taglio – avoja, ce l’ho
  • sino a lasciare viva solo la final girl – eh, non posso dirtelo

In Deliria abbiamo un pluriomicida fuggito dall’istituto psichiatrico che riesce ad intrufolarsi in un teatro blindato e che, con indosso un costume di scena e nell’arco di una notte, fa fuori uno a uno i membri della compagnia con ogni tipo di arnese. L’unica eccezione al genere è data dall’età dei malcapitati, che, sebbene siano giovani, non sono adolescenti.

Deliria e Michele Soavi

Michele Soavi, classe ’57, si è fatto le ossa come aiuto regista di Dario Argento e Lamberto Bava. Nel 1987 decide di girare un proprio horror sulla base di una sceneggiatura che Luigi Montefiori (che all’epoca si faceva chiamare Lew Cooper) butta giù in meno di un mese. Il film viene girato con 5 zucchine e 4 melanzane di budget, messe a disposizione dalla Filmirage di Joe D’Amato, che da sempre crede nel nostro Soavi e che in realtà si chiama(va) Aristide Massaccesi.

Girato in fretta e furia e con pochi ortaggi spicci, il film presenta un cast di attori per lo più italiani con nomi stranieri e altisonanti, tipo John Morghen, che in realtà è Giovanni Lombardo Radice, o Lori Parrell, che però si chiama Loredana Parrella.

Nel 1987 Deliria vince il Festival internazionale del film fantastico di Avoriaz ma non viene notato né dal pubblico né dalla critica, nonostante a livello registico presenti delle soluzioni molto molto interessanti per l’epoca. Il soggetto, come abbiamo visto, non è dei più originali (quale slasher lo è?) e l’idea del gruppo di persone rinchiuse in un teatro ricorda forse un po’ troppo il cinema del(l’allora) recente Dèmoni di Bava (1985).

E a proposito di Dèmoni, dopo Deliria Michele Soavi non si dà per vinto, ma dirige La Chiesa (1989) e La Setta (1991), entrambi scritti e prodotti da Dario Argento e ritenuti sequel non ufficiali del film di Bava. La consacrazione nell’olimpo dei grandi dell’horror all’italiana però non è mai ancora arrivata. Attualmente Soavi lavora per lo più per la televisione e se Rocco Schiavone è una delle serie TV italiane migliori degli ultimi anni sì, lo dobbiamo anche a Michele Soavi.

Io ho conosciuto Soavi dopo il 1994, con Dellamorte Dellamore, film-accio (che tale non è, fatta eccezione per la presenza di Anna Falchi) tratto dall’omonimo romanzo di Tiziano Sclavi. A proposito di Sclavi: è colpa sua, di Dylan Dog e dell’albo n° 31 se conosco parole del calibro di “granguignolesco” e le uso senza ritegno.

Il Grand-Guignol era un teatro parigino dei primi del Novecento nel quale venivano rappresentati o evocati fatti macabri e raccapriccianti allo scopo di suscitare negli spettatori angoscia e orrore.

Deliria, un film… granguignolesco!

La forza di Deliria, slasher sfortunatamente “tardivo”, sta – oltre che nella buona tecnica di Soavi – anche nel suo essere grandguignolesco: il primo omicidio di Wallace si “confonde” con la rappresentazione del musical portato in scena dalla compagnia e a farne le spese è una povera attrice (tu-sai-chi), accoltellata senza che nessuno dei presenti muova un muscolo. Killer escluso, si intende.

Anche una delle sequenze finali, scena simbolo del film, si svolge sul palco, con quel pazzoide di Wallace mascherato da gufo e i membri del cast, variegatamente dilaniati, adagiati sulla scenografia. Nel mezzo troviamo camerini oscuri e polverosi, quinte scricchiolanti, manichini inquietanti e corpi, corpi strappati a metà, tranciati da seghe elettriche o forati con attrezzi di cui nemmeno conosco il nome.

Le due versioni del film e il doppiaggio italiano

Vuoi che un film con 4 titoli non abbia almeno un paio di versioni? Certo che le ha. Joe D’Amato, produttore e direttore della fotografia, ha curato il montaggio del film per l’edizione italiana, mentre quella per l’estero (che non sono riuscita a visionare) contiene la versione voluta da Soavi.

Edizione italiana, dunque. Beh, il doppiaggio italiano di Deliria è uno dei peggiori che abbia mai sentito: ci sono momenti in cui l’adattamento non si preoccupa nemmeno lontanamente di assecondare i movimenti delle labbra degli attori (come in alcuni, pessimi spot TV). A dirla tutta, persino al gatto Lucifero (come quello di Cenerella) vengono appioppati versi che poco hanno a che vedere con l’atteggiamento del momento.

Deliria, il film: il killer Wallace (Clain Parker) familiarizza col gatto Lucifero
Fffh! Uà come mi arruffo! Fffh!

Deliria, il finale del film

Come di consueto, stiamo per avvicinarci alla temibile barretta rossa dello spoiler, sotto la quale riassumo il finale del film. Prima di tranciare in due questo post, però, volevo sottolineare un altro elemento tipico del genere slasher che Deliria rispetta e omaggia, ovvero:

  • il maniaco omicida deve sembrare razionalmente e clinicamente morto, per poi risorgere inspiegabilmente per un’assurda battaglia finale – ce l’ho

Ecco, adesso che l’ho detto, se non hai visto il film, clicca qui o corri precipitosamente – senza inciampare! – sino alla barretta verde del fine spoiler. Nel caso, ci vediamo più giù. No, non dire “torno subito”.

Attenzione, spoiler sul finale di Deliria, il film

Wallace ha adagiato sul palcoscenico i corpi smembrati degli 8 membri del cast che ha trucidato, lasciando per ultima la testa del regista. Alicia osserva la scena da dietro le quinte ed è da lì che nota la chiave nascosta da Corinna, in bella vista, incastrata tra le assi del palco.

Deliria, il film: una delle scene finali, con il killer che dispone sul palco le sue 8 vittime

Armata della pistola del custode, Alicia si introduce furtivamente sotto il palco e riesce a recuperare la chiave, ma non senza farsi notare da Wallace. Parte la prima colluttazione, durante la quale lei, appurato che la pistola non fa il suo dovere, gli dà una chiodata nell’occhio. Divincoltasi, Alicia corre verso la porta (col braccio teso e la chiave in mano, come in uso negli anni ’80), ma non riesce ad aprirla prima che lui e la sua ascia la raggiungano.

Parte la seconda colluttazione, questa volta “aerea”. Alicia fugge verso e lungo il ballatoio, ma Wallace la raggiunge. Lei gli tira addosso di tutto: mattoncini, la peperonata di nonna, una cassetta Sanremo ’92. Alla fine acchiappa un estintore e lo aziona verso Wallace, che perde l’equilibrio. Cade e muore?

No, rimane aggrappato al ballatoio. Alicia gli colpisce le mani con l’estintore, costringendolo a lasciare l’appiglio. Cade e muore? No, si aggrappa a un enorme cavo elettrico al quale si arrampica per risalire. Alicia prende quindi l’ascia che lui stesso ha abbandonato e colpisce ripetutamente il cavo. Nel gesto, la giovane perde il suo prezioso orologio. Wallace, persa la presa, precipita per diversi metri. E muore?

Macché. Per sicurezza lei gli dà fuoco.

Quindi muore?

Aspetta.

Alicia riesce ad uscire dal teatro e a raggiungere l’auto di pattuglia, che chiama i soccorsi. Mentre attende nella volante, assediata dai giornalisti, vede la polizia portar via i corpi dei suoi colleghi e le armi usate per macellarli.

  • sino a lasciare viva solo la final girl – ce l’ho

L’indomani mattina, accortasi di aver perso l’orologio, torna nel teatro posto sotto sequestro. Willy, il custode, contravvenendo alle direttive, la lascia entrare e la accompagna alla ricerca dell’orologio; le spiega tra l’altro che la pistola non era scarica e che bastava togliere la sicura.

Mentre Willy si bea della sua mira portentosa, Alicia ritrova il suo prezioso orologio. Ripensa però ai titoli dei giornali, che fanno riferimento ad “8 corpi brutalmente massacrati”; 8 come i suoi colleghi… e non 9. Mentre conta e riconta, Wallace le è dietro con tanto di ascia. Willy però ha davvero una buona mira e gli pianta una pallottola dritta dritta in mezzo agli occhi. Wallace cade a terra con un buco in fronte. E muore?

Beh, sì, si suppone di sì, ma non prima di aver ammiccato e sorriso in favore di camera. Quest’ultima espressione del killer (Clain Paker, adesso senza maschera da gufo) è una strizzatina d’occhio al cliché del genere slasher secondo il quale il maniaco omicida sembra quasi immortale.

✓ fine spoiler ✓

Il remake che non c’è stato

Joe D’Amato (che ci ha lasciati nel 1999) aveva in programma di realizzare un remake di Stage Fright. O Deliria. Aquarius. O Bloody Bird. Il film sarebbe stato ambientato in una stazione televisiva appena tornata funzionale dopo anni di dismissione a causa di un brutto omicidio di cui fu teatro (teatro, ahah! teatro!). Anni prima, infatti, in quella stessa stazione il conduttore televisivo Willy Shocks uccise malamente la moglie fedifraga. Alla riapertura della stazione TV, ovviamente, avrebbe fatto seguito una serie di sanguinosi omicidi, questa volta commessi da un pazzo vestito di… lampadine.

Possiamo dire oggi, a 20 anni dalla dipartita di D’Amato e a 32 (esatti esatti) dall’uscita in sala del film, che difficilmente verrà prodotto un remake. D’altra parte a teatro non sempre si concede il bis.


Dalla sesta edizione della Notte Horror è più o meno tutto. Tu che mi dici? Hai avuto modo di vedere Deliria? Se ti va, fammelo sapere nei commenti e ricorda che puoi votare questo film commentando o semplicemente inserendo da 1 a 5 stellette alla voce “voto dei lettori” nella review qui sotto. Puoi anche dare uno sguardo alle precedenti edizioni di questa iniziativa (trovi i link nel box color cocozza) o scorrere giù giù a vedere quali amichetti hanno partecipato a questa edizione.

Deliria, la recensione del film
Deliria (1987), il poster del film slasher di Michele Soavi

Titolo originale: Deliria, Aquarius, Bloody Bird, Stagefright

Descrizione: Altro che "teatro di un omicidio", qui gli omicidi sono tanti! Per il ciclo Notte Horror 2019 affronto il film a cui ho da poco "rubato" il nome, Deliria (1987), slasher movie italiano e opera prima di Michele Soavi.

Data d'uscita: 1987-08-21

Regia di: Michele Soavi

Cast: Barbara Cupisti, Giovanni Lombardo Radice, David Haughton

Genere: horror, slasher

Durata: 90 min

Paese: Italia

  • sceneggiatura
  • originalità
  • regia
  • fotografia
  • recitazione
  • cuore
2.8

in sintesi

Deliria, opera prima di Soavi, è uno slasher movie italiano arrivato fuori tempo: troppo tardi per essere in voga, non abbastanza tardi per essere un revival. Eppure, nonostante un soggetto già abusato e un doppiaggio ai limiti del peggior spot televisivo, l’opera prima di Michele Soavi avrebbe meritato più attenzione, grazie all’ambientazione granguignolesca (wtf?!) e a quella regia, innovativa per l’epoca, che ruota e guizza e smania.

Pro

  • l’aspetto granguignolesco
  • una regia che ruota e guizza e smania
  • l’occhiolino finale

Contro

  • il soggetto per niente originale
  • quel doppiaggio che… lasciamo stare, va. Fffh!
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2 commenti

  1. Cassidy 21/08/2019
  2. Obsidian M. 22/08/2019

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